CERIMONIA di Virgilio Sieni: il corpo come archivio vivente tra gesto, memoria e cura

CERIMONIA è il progetto ideato dal coreografo Virgilio Sieni nel territorio del Belice, in programma dall’11 al 30 maggio 2026, che coinvolge gli abitanti di quattro comuni: Gibellina, Salemi, Santa Ninfa e Salaparuta. Attraverso laboratori aperti a cittadine e cittadini di ogni età, provenienza e abilità, il progetto lavora sul gesto come pratica di ascolto e relazione culminando in…

CERIMONIA è il progetto ideato dal coreografo Virgilio Sieni nel territorio del Belice, in programma dall’11 al 30 maggio 2026, che coinvolge gli abitanti di quattro comuni: Gibellina, Salemi, Santa Ninfa e Salaparuta.

Attraverso laboratori aperti a cittadine e cittadini di ogni età, provenienza e abilità, il progetto lavora sul gesto come pratica di ascolto e relazione culminando in una performance collettiva.
Non si tratta di costruire una coreografia nel senso tradizionale del termine, ma di interrogare il corpo come luogo di memoria e relazione. Più che una semplice esperienza performativa, CERIMONIA appare come un’indagine profonda di ciò che il movimento custodisce e trasforma.

Lavorare nel Belice significa confrontarsi con un territorio complesso, attraversato da fratture storiche, trasformazioni urbanistiche e memorie ancora presenti nei corpi di chi lo abita. Non c’è un’immagine romantica o folkloristica da raccontare, ma piuttosto una realtà fatta di distanze, silenzi, resistenze e tentativi continui di ridefinire il senso della comunità.

Come assistente artistica del progetto e danzatrice, ma anche come osteopata, vivo questo lavoro da una prospettiva particolare: quella di chi osserva il corpo non solo come strumento espressivo, ma come luogo di memoria, adattamento e relazione.

Abitare il corpo, abitare i luoghi

Nei testi di Virgilio Sieni ritorna continuamente una parola: abitare.  Abitare i luoghi, abitare l’incontro, abitare i gesti. Non come semplice attraversamento dello spazio, ma come pratica profonda di presenza.
«Proverò ad abitare in questi luoghi, ad incontrare persone, affidarmi a loro e agli spazi, ai gesti individuali e collettivi, ai racconti passati e presenti; cercheremo insieme l’invenzione meravigliosa del quotidiano secondo trame dettate dall’incontro.»

Questa idea dell’abitare risuona fortemente anche nella mia pratica osteopatica. Spesso incontro persone che vivono il proprio corpo come un territorio estraneo: un corpo da correggere, controllare o sopportare. Invece il corpo ha bisogno prima di tutto di essere abitato.

Abitare il corpo significa sviluppare ascolto. Sentire il peso, il respiro, la qualità dell’appoggio, la relazione con lo spazio e con gli altri. Significa riconoscere che ogni movimento nasce sempre da una storia personale e collettiva.

In CERIMONIA, questa dimensione emerge in modo molto chiaro: il gesto non viene imposto dall’esterno, ma nasce dall’incontro tra memoria, percezione e presenza.

Il corpo vive di memorie

Sieni scrive: «Inventare i gesti significa considerare che il nostro corpo vive di memorie, si emancipa destinando alle proprie membra e agli organi i luoghi del vissuto, reinterpretandoli.»

È una riflessione che potrebbe appartenere anche al linguaggio osteopatico. Il corpo conserva memorie profonde: non solo traumatiche o emotive, ma anche posturali, relazionali, percettive.
Ogni esperienza modifica il modo in cui ci organizziamo nello spazio. Cambia il respiro, il tono muscolare, la disponibilità al movimento, il modo di guardare e di camminare.

Per questo il gesto non è mai neutro. È sempre il risultato di un dialogo continuo tra passato e presente.

Nei laboratori del Belice, osservando i partecipanti, emerge continuamente questa dimensione. I corpi arrivano con le proprie abitudini, protezioni, timidezze. Poi, lentamente, attraverso la pratica condivisa, iniziano a riscrivere nuove possibilità di movimento.

Ed è qui che il lavoro coreografico incontra profondamente quello terapeutico: entrambi cercano di creare condizioni di trasformazione attraverso l’ascolto.

Il corpo conserva ciò che le parole dimenticano

I paesaggi del Belice portano ancora i segni del terremoto, ma soprattutto quelli della ricostruzione umana: il modo in cui le persone abitano lo spazio, si incontrano, sostano, si riconoscono.

In osteopatia sappiamo che il corpo registra tutto. Ogni esperienza lascia tracce: nella respirazione, nell’appoggio dei piedi, nella qualità del passo, nella mobilità dello sguardo, nella tensione delle mani. I tessuti raccontano storie spesso precedenti alla consapevolezza.

Virgilio Sieni parla di “gesti cantati” degli abitanti. È un’immagine che sento vicina anche alla pratica osteopatica: il corpo non si limita a muoversi, ma racconta continuamente il modo in cui ha attraversato la vita.

Durante gli incontri è visibile come ogni corpo possieda un proprio ritmo interno. C’è chi arriva con movimenti trattenuti, chi occupa lo spazio con cautela o addirittura esuberanza, chi si muove come se dovesse chiedere permesso. Poi, lentamente, attraverso l’incontro e l’ascolto, qualcosa cambia. Il gesto si apre, il respiro si modifica, il peso trova nuovi appoggi.

È un processo che conosco bene anche nel lavoro clinico: quando il corpo si sente ascoltato, smette progressivamente di difendersi.

La postura come forma di relazione

Spesso pensiamo alla postura come a qualcosa da correggere.
In realtà, la postura è prima di tutto una strategia di adattamento, unica per ogni individuo. È il risultato di esperienze fisiche, emotive, ambientali e relazionali che cambiano continuamente nel corso della vita. Il corpo si modifica costantemente per trovare nuovi equilibri.
La postura non è qualcosa di fisso: evolve, compensa, si organizza in relazione a ciò che viviamo e all’ambiente che attraversiamo. In osteopatia, il problema non è l’adattamento in sé, ma il momento in cui il corpo perde la possibilità di adattarsi ulteriormente. Quando una strategia si irrigidisce, il movimento si riduce e il corpo smette di trovare alternative. È lì che spesso compaiono dolore, tensione o difficoltà nella relazione con lo spazio e con gli altri. 

Dentro CERIMONIA, la postura diventa un elemento di osservazione collettiva. Ogni corpo organizza la propria presenza nello spazio: c’è chi si trattiene, chi evita il contatto, chi occupa il vuoto con cautela, chi cerca continuamente un appoggio nell’altro o assume spontaneamente una posizione di guida. Il lavoro sul gesto permette di rendere visibili queste dinamiche senza giudicarle, trasformandole in possibilità di ascolto e trasformazione. 

Attraverso l’ascolto il corpo può ritrovare disponibilità, modificare i propri schemi e tornare ad adattarsi. Ed è qui che danza e osteopatia si incontrano: entrambe lavorano sulla capacità del corpo di entrare in relazione, trasformarsi e creare nuove possibilità di movimento.

Il gesto come cura

Nel lavoro osteopatico, la cura non avviene solo attraverso una tecnica, ma anche attraverso la qualità della presenza, l’ascolto delle tensioni, dei ritmi e delle pause, in un gioco reciproco tra operatore e paziente.

Anche nei laboratori di Virgilio Sieni il gesto non viene imposto o costruito in modo spettacolare. Nasce piuttosto da un processo di attenzione e ascolto. Si lavora su movimenti essenziali: camminare, sostare, inclinarsi, affidarsi, toccare un oggetto, guardare qualcuno.

Azioni semplici che, nel momento in cui vengono attraversate con consapevolezza, modificano il modo in cui il corpo percepisce sé stesso e la relazione con gli altri.

È qui che il gesto può diventare una forma di cura: non perché “guarisca”, ma perché riapre possibilità di movimento, interrompe automatismi e permette al corpo di ritrovare adattabilità e presenza.

In un tempo dominato dalla velocità e dalla produttività, fermarsi ad ascoltare il corpo diventa quasi un atto politico. Significa restituire valore alla lentezza, alla percezione e alla vulnerabilità.

Sieni parla di “una forma rituale di alleanza, solidale nella complicità dei gesti”. In effetti il corpo non è mai individuale fino in fondo: ogni corpo è attraversato dalle relazioni, dalla storia dei luoghi e dagli incontri.

Una pratica di ascolto 

Lavorare a CERIMONIA significa entrare quotidianamente in una pratica di osservazione di sè e dell’altro, accorgersi di quanto il movimento umano sia fragile e potente allo stesso tempo.

Come osteopata, vedo spesso persone che hanno perso il contatto con la propria sensibilità corporea. Corpi compressi dalla performance, dalla paura o dall’abitudine. Corpi che hanno smesso di percepirsi.

La danza, quando è attraversata come esperienza di ascolto e non di prestazione, può restituire qualcosa di fondamentale: la possibilità di sentirsi di nuovo presenti.

Non perfetti. Presenti.

Ed è forse questo che accade nel progetto di Virgilio Sieni: i partecipanti non imparano semplicemente una sequenza di movimenti, ma sperimentano un modo diverso di abitare il corpo e il paesaggio.

CERIMONIA come esperienza trasformativa

CERIMONIA non parla soltanto di danza. Parla della possibilità di costruire comunità attraverso il corpo. Di riconoscere nei gesti quotidiani una memoria collettiva ancora viva. Di trasformare il movimento in uno spazio di ascolto reciproco.

Nel mio lavoro incontro spesso persone che cercano una soluzione al dolore senza sapere che, a volte, il primo cambiamento nasce semplicemente dal tornare ad ascoltarsi.

Questo progetto ci ricorda proprio questo: il corpo possiede una sapienza antica. Bisogna solo creare le condizioni perché possa emergere.

Anche per me questo lavoro è una pratica di ascolto. Prima di diventare osteopata, sono stata e sono ancora danzatrice e coreografa, e queste esperienze continuano ad attraversarsi. 

L’esperienza durante CERIMONIA — il modo in cui il corpo si adatta, si relaziona, si trasforma attraverso l’ascolto — informerà inevitabilmente anche la mia pratica clinica e il modo in cui tornerò a stare accanto ai pazienti nel mio studio.

È da questo ascolto che il corpo può ritrovare la possibilità di adattarsi, trasformarsi e creare nuove relazioni.

Progetto a cura di Virgilio Sieni

danzatrici e assistenti artistiche al progetto Maria Vittoria Feltre, Beatrice Gatti, Vanessa Mattei Scarpaccini, Giulia Mureddu, Andrea Palumbo

direzione generale e produzione Daniela Giuliano

ufficio stampa, comunicazione e produzione Veronica Pitea

produzione Gibellina Maria Scavuzzo, Giuseppe Zummo

organizzazione Camilla Pieri

logistica Maria Paola Guzzetta

comunicazione Giada Tenace

amministrazione Rita Campinoti

contabilità Maria Rosaria Malatesta

produzione Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026 e Centro Nazionale di Produzione della danza Cango / Firenze

parte del programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026

www.gibellina2026.it